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#MAMMACHELAVOROINTERVISTE

 

Sono felice di aver ricevuto l’intervista di Chiara;  grazie a Lei mi sono infatti avvicinata al mondo del web!!!

Ed ecco la sua esperienza:  il suo essere “Mamma Che Lavoro”

 

1.Hai voglia di parlarci di te? Ciao sono Chiara, 41 anni, expat da uno e mezzo in Portogallo, sono una consulente strategica nell’ambito del marketing e della comunicazione e la resolution 2019 sono i tarocchi.

 2. Ci racconti un po` la tua giornata? Mi sveglio presto, cerco di rispettare alcune regole durante il giorno per evitare di essere poco concentrata e perdere tempo. Ho imparato che è meglio lavorare meno ore, ma con più “verve”. Molto spesso comincio la mia giornata dopo un’ora di attività fisica o yoga.

 3. Come e` cambiato il tuo lavoro dopo la maternita` ? (sia in termini mentali sia pratici)Una rivoluzione. C’è un prima e un dopo, questo dopo è in meglio, ma forse non in tutto perché i problemi duplicano e i capelli bianchi anche. Se fai qualcosa che non va bene le conseguenze le paga anche tuo figlio e nel tempo. Son passata da dipendente a libera professionista, un processo che non modificherei mai perché mi ha dato l’opportunità di gestirmi tempo e forze. Innegabile che non sia stata una scelta semplice soprattutto quando i paracadute sociali e finanziari non esistono manco col binocolo. Le donne in Italia sono incubatrici, o poco più, non c’è una cultura che supporti degnamente una famiglia con figli – né incentivi a crescere professionalmente e quindi fare più figli – ciò che c’è rimane nell’alveo dell’assistenzialismo, una strategia a dir poco retrograda. Onestamente a distanza di quasi 10 anni dalla nascita di mio figlio sono ancora più arrabbiata di prima. La scelta di stare con un figlio non dovrebbe essere una scelta, dovrebbe essere naturalmente garantito senza rischiare di mangiare pane e cipolle per mesi. Sistemi intelligenti esistono, soprattutto sistemi che non innescano un colossale senso di colpa sulle spalle delle madri.

 4. Come si e` comportata l’azienda quando hai annunciato di essere in attesa? ( o di adottare un bimbo..)Non ho avuto grandi problemi, devo essere onesta.

 

5. Cosa ti ha spinto a cambiare lavoro o posizione in azienda? (a seconda di chi intervistiamo) Il fatto che non potevo pensare di passare solo due settimane l’anno con mio figlio. In questo senso laddove è possibile una rivoluzione dello smartworking è necessaria e vitale. Se ci fosse stata la possibilità concreta non so se sarei mai uscita dall’azienda. Un grande “what if” che non avrà mai risposta.

 6. Cosa significa per te essere una “mamma che lavoro”? Il mio sogno è lasciare qualcosa a mio figlio, come una volta. Lavorare fino a che ne ho voglia mutando continuamente pelle. Risentiamoci tra qualche anno con: “Nonna che lavoro”!

7. Cosa auspichi per le mamme che lavorano? Nel corso degli anni ho maturato un tale disagio per il modo con il quale vengono gestite le questioni di genere che questa domanda potrebbe far scaturire un trattato. Io mi auspico una apocalisse e lo dico con estrema convinzione. Le donne sono una categoria sociale debole, se sono madri o aspiranti tali è ancora più un problema e nel XXI secolo è follia pura. Mi auguro un’inversione di rotta delle politiche miopi o del tutto inutili o addirittura dannose perché è innegabile che proposte come quella di Pillon scaraventano indietro di anni, una vergogna planetaria. Siamo qua a parlare di lavoro femminile, il punto sarebbe quello di parlare di lavoratori e basta, ma in modo contemporaneo. Intelligenza Artificiale, algoritmi, biotecnologie nei prossimi anni cambieranno ancora di più l’universo delle professioni e alla fine invece di supportare i lavoratori, supportiamo il lavoro, un lavoro vecchio però, pensato su modelli del secolo scorso. Le donne, chiaramente, ne risentiranno di più perché costrette o meno a stare a casa non avranno un paracadute sociale che faccia fare loro un “upgrade” per cambiare mansioni e know how. Il discorso è davvero complesso e difficile, a me sembra che le poche conquiste degli anni passati si siano volatilizzate in un baleno tornando ad un insostenibile realtà di “sussistenza” e non “sviluppo”. La vedo male.

8. Vorresti aggiungere qualcosa?

Sì, sogno un mondo nel quale il “genere” sia del tutto irrilevante ed irrilevante il fatto di essere madri o meno.

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