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Ed ecco l’intervista di Oriana di “Mamma da Legale”

  1. Hai voglia di parlarci di te? Con grande, grandissimo piacere! Sono Oriana, sono un avvocato, mi occupo principalmente di diritto del lavoro; da un anno e mezzo – quasi- sono mamma di un biondino sorridente e trotterellante e da 3 sono moglie dell’amore della mia vita. Mi piace cucinare, mi piace fare e ascoltare musica e adoro immergermi tra le parole dei libri che, ormai, riesco a leggere, purtroppo, molto meno frequentemente!.

 

  1. Ci racconti un po` la tua giornata? Sono sempre stata una libera professionista ma dopo l’arrivo di Carlo (il biondino dal sorriso contagioso di cui sopra) ho sperimentato il vero significato della libera professione: prima lavoravo 11, anche 12 ore con il classico “timbro del cartellino” (che nel caso degli studi professionali, il cartellino viene timbrato con dei super poteri: è sufficiente passare davanti alla scrivania del “boss” per il canonico saluto mattutino e serale per “segnare la presenza”), oggi, che i clienti sono solo “miei”, lavoro nel mio studiolo scandendo la giornata lavorativa secondo le esigenze dei miei clienti, mie e della mia famiglia. Riesco ad accompagnare Carlo all’asilo, a correre verso il mio studiolo con la voglia di iniziare a lavorare, riesco a fare pausa quando è giusto farla, ovverosia quando le esigenze e le richieste dei clienti vanno in pausa (e non a fare pausa “comandata” quando il “boss” te lo impone), riesco ad andare a prendere Carlo all’asilo (e se non riesco abbiamo con noi una dolcissima e strepitosa tata che ama Carlo e che tutti noi amiamo), continuo a lavorare e, perché no, quando riesco vado anche in palestra (ora immagino l’espressione di immenso stupore di quasi il 90% del parterre di miei colleghi che stanno leggendo questa intervista!)

 

  1. Come si é comportata l’azienda quando hai annunciato di essere in attesa? Come è cambiato il tuo lavoro dopo la maternità? (sia in termini mentali sia pratici)

Diciamo che con la maternità è cambiata la mia vita, nel vero senso della parola, con l’arrivo di Carlo tutto ciò che avevo costruito fino a quel momento (lavorativamente parlando, sia chiaro) è andato in frantumi. Lavoravo presso uno studio associato, uno studio che sembrava aver chiaro il senso di “famiglia”, uno studio in cui i boss hanno tutti figli, uno studio che si è battuto per il riconoscimento di carriera delle donne che nel lavoro sono state schiacciate dalla parola maternità. Peccato, però, che quando è toccato ad una loro collega, alla richiesta di un part time per favorire l’allattamento, ecco l’out out: o torni full time o nulla, sei “incompatibile con l’organizzazione del nostro studio”. Ora, metti che vivo con mio marito e mio figlio a Milano e tutte le nostre famiglie sono lontane quindi, sì, siamo “soli”, metti che vengo da una famiglia frammentata, “separata” quindi il concetto di famiglia per me è un qualcosa di sacro da curare in maniera spasmodica, metti che, per mio retaggio o per mille altre ragioni personali, per me, separarmi 12 ore dal mio bambino di 4 mesi rasentava l’impossibile, ho dovuto “decidere”, mi hanno costretta a “decidere” e, nel giro di 24 ore dall’invio di quella email contenente la richiesta di part time/allattamento, puff ero senza lavoro!

Mi sono dovuta rimboccare le maniche e, dopo aver raccolto i cocci del mio orgoglio perduto e lavato l’umiliazione alla quale ero stata ingiustamente sottoposta, ho provato a ritornare lucida e a trovare una nuova strada. Devo confessare, però, che la mia forza, la mia mente (e anche il mio braccio) è stata mio marito. La pazienza, la forza, la tenacia, l’ottimismo che ha dimostrato, che mi ha dimostrato, le mille idee che gli sono venute per permettermi di “ripartire” sono state la mia salvezza. Si è preso cura della nostra famiglia e di me da tutti i punti di vista. Ed è così che, una sera, durante la nostra prima uscita “a due” dalla nascita di Carlo che è nata ‘Mamma da Legale’. Dopo essere stata “scottata” io, in prima persona ed aver capito quanto difficile e duro può essere la vita lavorativa di una mamma ho pensato a quante mamme vivono difficoltà simili e quante vorrebbero un parere legale ma per mille motivi non possono, perciò ogni settimana (prima)/ogni due (ora, per motivi lavorativi) tratto di tematiche legate alla maternità o all’analisi di leggi/proposte di leggi utili alle mamme. Oggi, quindi, posso dire di essere una libera professionista a tutti gli effetti, con tutti i pro e i contro di questa libertà!

 

  1. Cosa ti aspettavi dalla tua azienda? Di cosa avresti avuto bisogno prima, durante e dopo il congedo in termini professionali?

Come ti dicevo, lavoravo in uno studio associato e non pensavo che proprio degli avvocati (oltreché colleghi) avrebbero “violato” i diritti che, in teoria, dovrebbero tutelare.

Di cosa avrei avuto bisogno? Avrei avuto bisogno di un contributo economico durante il periodo di maternità (prima) e avrei avuto bisogno di tornare a casa qualche ora prima rispetto all’orario di lavoro che ho sempre svolto anche con il pancione (ho scelto la modalità 1 + 4 per usufruire di un periodo di stop dal lavoro) per poter allattare mio figlio (dopo).

Come tra l’altro saprai benissimo, da collega, essendo liberi professionisti non abbiamo né vincoli contrattuali né tutele di alcun genere (v.di congedi o altro) ma tutto è demandando al libero accordo tra le parti, quindi, sì, sono sincera, speravo nel loro buon cuore.

 

  1. A distanza di qualche tempo rifaresti le stesse scelte professionali?

Sai, non è semplice rispondere a questa domanda considerate quante volte mi sono trovata a rimpiangere di non aver fatto altre scelte professionali che, probabilmente, mi avrebbero garantito più tutele durante il periodo di maternità. In fin dei conti, però, mi piace il nostro lavoro quindi, sì, avrei forse fatto le stesse scelte, avrei forse rifatto ogni esperienza: anche quella più negativa mi ha comunque dato modo di imparare qualcosa di nuovo che prima non sapevo, mi ha comunque dato modo di ampliare il mio bagaglio professionale. E, poi, se non avessi intrapreso questo percorso professionale non avrei conosciuto (in un precedente studio legale) anni fa mio marito, quindi direi di sì!

 

  1. Cosa significa per te essere una “mamma che lavoro”?

Significa essere felice. Significa riuscire a coniugare la passione per il lavoro e l’immenso amore per la mia famiglia, riuscire a dedicare tempo al lavoro senza necessariamente togliere tempo a mio figlio e a mio marito.

 

  1. Cosa auspichi per le mamme che lavorano?

Il nostro “non è un paese per madri”, tralasciando, per un attimo, il buio normativo nel quale vengono risucchiati i freelance, anche per le mamme “contrattualizzate” spesso la vita non è facile perché tra una legge e un CCNL c’è sempre di mezzo il datore di lavoro! Difatti, si sa, se quest’ultimo vuole in un modo o nell’altro non agevolare la maternità potrebbe riuscirci, alle volte, anche solo facendo leva sul fattore psicologico.

Quante volte avrete sentito una donna dire che ‘non può diventare madre perché altrimenti potrà dimenticarsi la crescita professionale o la promozione’? Una dura scelta per le donne di oggi. Oggi, spesso, i datori di lavoro mettono in pratica un vero e proprio “mobbing nei confronti della crescita demografica”.

Perciò ciò che spero per le mamme che lavorano è di avere a che fare prima di tutto con persone (superiori gerarchici) intelligenti che riescano a capire l’importanza del rispetto nei confronti del prossimo, in primis; spero che il legislatore sia sempre un passo avanti rispetto a quelli che possono essere i problemi contro i quali la maternità può scontrarsi e spero che presto o tardi la concezione del lavoro cambi nel nostro paese e che si arrivi ad una inversione di quelli che sono le priorità che, purtroppo, la nostra società ha posto.

Spero di vedere padri e madri presto che abbiano più tempo da poter trascorrere con i propri figli, spero che anche il nostro paese, presto, si adegui a quello che è lo (splendido) modus vivendi (senza necessità di andare tanto lontano) dei paesi nord europei, paesi in cui regna il principio secondo il quale il family friendly non è una parolaccia ma è uno dei principi alla base del welfare nazionale.

Grazie di cuore Oriana!

Simo

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